Quando parlare in pubblico diventa terapia

Come può il public speaking farti guarire da traumi e blocchi?

Nel periodo più critico della mia recente vita ho potuto sperimentare la potenza del Public speaking in senso terapeutico.

Era il 2006 e mi stavo riprendendo da 2 anni devastanti dove avevo pagato pegno per errori commessi sia nella professione che nella vita privata. In soli 24 mesi ho dovuto chiudere due attività, superare sei mesi di immobilità per un’ernia al disco invalidante e dulcis in fundo la separazione dalla mia ex moglie con due bimbe di 6 e 10 anni.
Non sono proprio quelle cose che ti fanno uscire volentieri di casa spensierato a divertirti. Piuttosto ti viene voglia di fare un atto inconsulto e confesso di averci anche pensato. Ma per fortuna un giorno presi un giornale in mano e lessi un’inserzione e senza pensarci un attimo in più chiamai quel numero di Verona. Fu l’inizio di una delle esperienze più trascinanti e qualificanti della mia vita e della mia professione di Public speaker.
Dopo 15 giorni ero a Salisburgo per due settimane di corso intensivo con selezione finale.
Poteva un’ex ragazzino balbuziente è timidissimo, un ex cameriere introverso e insicuro, vincere una prova come questa?
Io ci ho sempre creduto!

Un’azienda commerciale europea, molto forte con una formazione ai vertici e un corso molto selettivo con un’elevata pretesa di prestazione. In pratica dovevamo imparare 30 pagine a memoria e in pochissimi giorni relazionare di fronte ai colleghi e ai boss che ti giudicavano e decidevano se farti continuare o spedirti a casa.
Ma io non volevo tornare a casa perché sarebbe stata la fine. Concentrarmi sullo studio, ripassare coi colleghi e relazionare mi occupava tutto il giorno e parte della notte e tutta la mente, e questo mi stava aiutando a uscire da un tunnel di insuccessi che mi aveva fortemente depresso e abbattuto.
Dalle 9:00 alle 15:00 lezione e dalle 15:00 fino a notte tarda studiare, studiare, studiare, ripetere, ripetere, ripetere, memorizzare, memorizzare, memorizzare.
Ebbene, alla fine della prima settimana la meta del team, cioè 10 persone veniva rispedito in Italia, mentre noi proseguiamo, anche senza nessuna certezza ancora di ottenere l’incarico.
Ma ormai il più era fatto e l’autostima rinforzò le energie e indirizzò al verso giusto l’emozione che in certi momenti toglieva il fiato, annebbia va la mente e rendeva le gambe deboli e insicure.
Ma alla fine ce la feci e il giorno dopo il rientro dall’Austria ero già sul campo con i primi appuntamenti e le prime vendite.
Era ancora lungo il percorso da superare per uscire dal periodo critico personale e ogni sera era il momento più duro della giornata, da affrontare regolarmente tra i pianti e i sensi di colpa. Ma puntualmente alle ore 20:00 entravo in campo e dovevo dare il meglio di me quindi, una birra, una lavata di acqua fresca al viso, il più bel sorriso che potessi mostrare e via sul palco a parlare di salute. E fu così per anni e conobbi così migliaia e migliaia di persone meravigliose in lungo e in largo per la nostra penisola. Fu così che vinsi non solo la timidezza, ma anche la depressione e la mancanza di stima in me stesso.

Ogni sera prima di salire guardavo le persone che aspettavano il mio inizio, in gola sentivo una stretta che scioglievo deglutendo e facendo un paio di profondi respiri. Poi per un attimo chiudevo gli occhi, visualizzavo una pagina del libro della mia vita che veniva girata dalla forza stessa della vita. Riaprivo gli occhi e sorridendo guardavo le persone pensando: “VI AMO”.